Probabilmente non mi avete mai sentito parlare tanto di telefilm; effettivamente devo dire che non sono un super appassionato di telefilm, nel senso che non sono uno di quelli, e vedo che ce ne sono tanti adesso, che son superpresi con tutte le serie tv (ora le chiamano così, forse perché fa più “american”, tv series) più cult del momento, fra Dr. House, CSI, Dexter e così via. Oh non fraintendetemi, pur non arrivando a certi livelli anch’io nel mio piccolo seguo, anche se un po’ saltuariamente e con parecchia leggerezza, qualche telefilm in corso fra i più noti – Criminal minds, NCIS, Lost, Desperate housewives – anche se a questi vanno aggiunti quelli che per me sono degli evergreen che non mi stanco mai di guardare neanche alla millesima replica, come L’ispettore Derrick o Starsky & Hutch. Comunque quello di cui volevo parlarvi in questo post sono un paio di serie poco note che, in via del tutto straordinaria, non ho seguito perché me le son ritrovate in tv, ma perché ne sono venuto a conoscenza e, incuriosendomi, me le son procurate e guardate.
La prima è Deadwood, un telefilm ambientato nella celebre cittadina mineraria del far west entrata nella leggenda per un paio di motivi, il più noto dei quali è la morte del celebre pistolero Wild Bill Hickok, che è appare anche fra i personaggi principali, interpretato da un ottimo Keith Carradine (un attore che mi piace parecchio tra l’altro). Il telefilm mostra la realtà quotidiana di questa cittadina, che non ancora annessa all’epoca nel territorio degli Stati Uniti (si trattava di territorio indiano) si era velocemente sviluppata in un insediamento molto vitale ma, proprio per il fatto che non era sotto la giurisdizione di alcuno stato, era anche senza legge, e quindi soggetto alle prepotenze dei prepotenti del posto, fra i quali spicca Al Schwearengen, padrone del principale saloon e bordello locale ma in realtà con le mani in pasta ovunque, al quale fa da contrappunto il personaggio positivo, Seth Bullock, un ex-sceriffo giunto lì con il suo socio per aprire un emporio ma che ben presto deciderà di tornare a fare il tutore dell’ordine proprio perché la situazione lo richiede; si tratta di personaggi (quasi) tutti realmente esistiti e ricordati negli annali della cittadina.

Al Swearengen, lo stagionato Tony Montana di Deadwood

Wild Bill e Seth Bullock nel primo (e unico) duello della prima stagione
Ora va detto subito che, più che un telefilm western, è un telefilm sul west: infatti è abbastanza evidente come i realizzatori di questa serie abbiano optato più per una ricostruzione storica molto accurata, anche visivamente, di come doveva essere la vita in un villaggio minerario di metà ottocento negli Stati Uniti, più che riproporre situazioni e luoghi comuni sul west già ben noti al grande pubblico; per esempio i famosi duelli sulla main street sono abbastanza rari, e alquanto diversi a quelli che il cinema di genere ci ha abituato. Poi ovviamente la storia e i dialoghi sono sviluppati in modo da essere comunque interessanti per un pubblico odierno, e penso che il lavoro fatto sia più che buono, soprattutto per come son resi i personaggi più o meno positivi, non senza una certa ambiguità, e anche per via dei personaggi secondari (fra cui anche una Calamity Jane che sembra Renée Zelwegger eternamente sbronza) non da meno di quelli principali, tutti caratterizzati magnificamente. La serie, di tre stagioni ognuna di 12 episodi, non ha avuto molto successo di pubblico, ma forse è un po’ comprensibile: il telespettatore odierno ha perso da svariati decenni interesse per il western, e la scelta di fare qualcosa di originale che non sia il solito telefilm western convenzionale seppur meritevole di tutti gli elogi forse non ha pagato, e quindi gli unici veramente interessati alla cosa finiscono con l’essere soltanto pochi appassionati di storia del west. Personalmente comunque l’ho trovato non poco interessante, gli episodi di un’ora ciascuno sono costruiti molto bene e la regia (quella dell’episodio pilota è del grandissimo Walter Hill) mi sembra ottima, quindi lo consiglio a chiunque avesse la possibilità di guardarlo.
L’altro telefilm poco noto di cui vi volevo parlare è Finché morte non ci separi, una serie di un paio d’anni fa composta di 13 episodi che, riprendendo alcuni fatti di cronaca realmente accaduti, mostrano storie matrimoniali con uno dei due coniugi che finisce con l’ammazzare l’altro. E chi meglio di John Waters poteva essere il cantore di storie di tal fatta? Infatti vedremo il nostro amato re del cinema trash in ogni episodio apparire per introdurci, con un sarcasmo non dissimile da quello del titolo della serie e che gli è alquanto congeniale, il fattaccio che di volta in volta vedremo accadere fra le mura domestiche, oltre che alla fine di ogni episodio per l’epilogo durante il quale Waters ci lascia dandoci appuntamento al successivo matrimonio, congedandosi dicendo allo spettatore che il prossimo potrebbe essere il suo (dello spettatore). Quest’ultima frase chiaramente sta a sottolineare il fatto che gli omicidi narrati, per quanto apparentemente pazzeschi e a volte assurdi sia per le motivazioni che per le modalità con cui sono compiuti, proprio per il fatto che si ispirano a eventi realmente accaduti sono tutt’altro cose fuori dalla quotidianità dell’essere umano;

John Waters. Non vorreste uno così come baby sitter per i vostri bambini?
ovvio che poi Waters & co. ce l’hanno messa tutta per rendere i 20 minuti di ogni episodio più interessanti e (s)piacevoli possibile, riuscendoci alla grande aggiungerei, ma senza mai sfociare in un irreale grottesco (che tra l’altro caratterizza quasi tutta l’opera cinematografica di Waters invece), e anzi rimanendo sempre molto nel plausibile. E penso che questo sia tanto più apprezzabile per il fatto che evidentemente la serie non è stata concepita come un prodotto di serie A (è stata girata in Canada), ma che per questo non è meno interessante, e secondo me è da premiare in particolare l’ottima scelta di riprodurre come prodotto di fiction il fattaccio narrato di volta in volta piuttosto che nella solita forma di pseudo-reality-documentario a cui gli americani ricorrono spesso per questo tipo di prodotti (avete presente?); questo ha permesso certe libertà nel ricostruire i fatti ma anche un certo rischio dato che si poteva scadere in una facilona spettacolarizzazione della materia narrata, ma come dicevo così non è stato e ne esce un prodotto ottimo, che consiglio vivamente.

